CONCEPT PRIMA LE IDEE 2017 – SENZA LIMITI E CONFINI

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CONCEPT PRIMA LE IDEE 2017 – SENZA LIMITI E CONFINI

Il «limite» tra modernità e contemporaneità

Contrariamente al mondo antico, in cui lo sconfinamento dei limiti imposti dalla divinità è hybris (letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”) meritevole di punizione, la modernità è un viaggio al di là dei limiti, una rotta verso l’ignoto. Nelle sue vicende religiose e nello scatto in avanti verso la scoperta di terre sconosciute, il pensiero moderno ha infranto i divieti di sondare i misteri della natura e del potere divino. Benché non sia corretto avere una visione entusiastica della modernità, intesa come puro cambiamento, e definitiva rottura col passato, essa indubbiamente ha attaccato molti tabù imposti dalla tradizione, specie quelli segnati dalla religione.

Il notevole sviluppo della globalizzazione ha chiaramente portato cambiamenti profondi al concetto di limite. I confini statali sono divenuti “permeabili”, civiltà lontanissime si incrociano, si incontrano e si scontrano. I media di massa e le migrazioni modificano lo scenario globale giorno dopo giorno, a velocità mai viste prima. Ma le maggiori civiltà contemporanee hanno veramente eliminato tutti i limiti? O forse alcuni li hanno perfino riproposti, in alcuni casi violentemente, rinvigoriti tramite la reintegrazione dogmatica di fedi, mentalità e comportamenti del passato (come nel caso dell’applicazione letterale della sharia, che significa, appunto, ritorno alla “strada battuta”)?

Ci sono limiti da respingere e limiti da custodire. Per contraddistinguerli serve coltivare l’arte del discernere, lasciandosi condurre, contemporaneamente, da un’appropriata conoscenza delle specifiche situazioni, da un meditato giudizio critico e da un attento senso di responsabilità.

È questo in sintesi il filo conduttore della nuova edizione di Prima le idee. L’intera storia dell’umanità potrebbe essere riletta sotto il diverso senso che di epoca in epoca gli uomini hanno dato ai concetti di “limite” e “confine”. In una società, in un mondo senza più limiti e confini, cerchiamo di ridefinire noi stessi, la nostra storia e le nostre azioni, partendo dai macro fenomeni globali e giungendo ai micro fenomeni locali, analizzandoli sotto i vari aspetti politici, economici, sociali e culturali.

 

Il progresso a tutti i costi

Ancora oggi, nell’era della globalizzazione, non esiste un unico tempo storico ma diversi, risultanti da culture che vivono in distinti stadi di sviluppo o condizioni. Tale disparità o “lentezza” del tempo in molti paesi con società tradizionali, ha anche i suoi vantaggi, come ha mostrato J. Diamond in Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali. Le trame del progresso senza limiti e confini che l’Occidente ha gettato sul resto del mondo hanno portato certamente l’industrializzazione, le nuove tecnologie delle telecomunicazioni, le innovazioni sulla sanità pubblica, ma non hanno diffuso e forgiato in loco una cultura adattata a tali novità. Né altri popoli assoggettati o condizionati dall’Occidente sono stati normalmente capaci di generare dei sistemi di difesa a questa influenza.

In quest’ottica, la globalizzazione e i suoi processi hanno avuto il merito di porre in relazione culture per secoli o millenni separate o sostanzialmente emarginate, di favorirne le conoscenze, i viaggi e i commerci, ma hanno anche voluto trascinare ogni popolo o comunità al medesimo livello della cultura dominante. Il risultato è stato la genesi di un enorme squilibrio tra culture troppo diverse che si sono trovate a dover condividere spazi, costumi e mercati troppo velocemente.

 

Democrazia a bizzeffe

La democrazia senza limiti e confini che giustamente ha rimpiazzato il potere celeste e ogni assolutismo, ci pone – riprendendo le tesi di Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill – di fronte ad un altro rischio: la «tirannia della maggioranza» e del conformismo di massa. Una tirannide questa – riprendendo il pensiero di Luigi Pirandello – «mascherata da libertà».

Alla politica di oggi si accosta e si intessa, sempre più, il pettegolezzo. Già Heidegger sosteneva che le ciarle sono il primo segno del conformismo che sgancia l’individuo da ogni responsabilità su quanto dice. Il filosofo però si riferiva a discorsi impulsivi, superficiali, comuni, legati alla comunità dei vicini di casa, delle comari, che stanno via via sparendo. Oggi, come già avvenuto nel passato, per opportunità e consenso, la politica preferisce eludere ogni forma di senso critico per adattarsi al senso comune prevalente. In sostanza si è passati dai consiglieri del re a tecnici rastrellati qua e là dai vivai governativi o di partito.

Questo deriva pure dal fatto che la politica, in particolare quella di chi siede di volta in volta al governo, deve fare i conti con la ormai insufficiente disponibilità di risorse da distribuire, sia materiali (si pensi al taglio delle risorse per gli enti locali e le Università) che simboliche (a questo proposito si vedano le tesi di Moisée Naìm in La fine del potere, secondo le quali il potere detenuto da uomini politici e di governo, e stati nazionali è finito, nella misura in cui nessun leader sembri capace di decidere nulla, ma semplicemente debba garantire l’eterno funzionamento del meccanismo statale e globale).  L’esaurirsi di tali risorse − in un quadro di fiducia nello Stato e nelle Istituzioni decrescente − viene sostituito dalla emotività spettacolare della partecipazione alla vita pubblica fatta di flash mob, #jesuis, profili Facebook variopinti, e da un eccesso di messe in scene come ad esempio la “moda” dei video-denuncia artatamente costruiti, e messaggi politici sui generis come quello di eliminare la storica scritta “DUX” dall’obelisco del Foro italico.

Si potrebbe addirittura ipotizzare la tesi secondo la quale la spettacolarità è direttamente proporzionale al livello di difficoltà da superare. Tutti elementi di scena assolutamente emozionali, intesi da un lato come sostituti di atti risolutivi opportuni e dall’altro come pubbliche cerimonie divinatorie. La politica prêt-à-porter prevale sulla politica delle decisioni lungimiranti e delle soluzioni audaci dei problemi. Ma chi è quel politico disposto a rinunciare a un consenso più semplice da acquisire? Del resto chi è quel cittadino/elettore pronto a votare per chi propone una soluzione lungimirante ai problemi invece di chi cavalca le emozioni del momento?

A tale indolenza del cittadino, presupposto fondamentale del conformismo di massa, non si può contrapporre la democrazia partecipativa. Questo perché, come già notato da Bobbio, il cittadino è un giudice poco informato sui propri interessi; la politica ha costi elevatissimi ed è appannaggio di chi può sostenere tali costi e beneficiare di un vasto bacino di influenza; la pluralità delle ambizioni diventa corporativa o addirittura feudale; l’individualismo di massa offusca la visione dell’interesse generale.

La democrazia sta diventando col tempo un enorme scatolone vuoto e insignificante. Per evitare che lo diventi definitivamente necessita di prendere seriamente le cause del suo declino, rintracciando al loro interno il richiamo al compimento delle promesse non mantenute.

Possibili vie risolutive devono perciò procedere dalle aspirazioni dei cittadini (come ad esempio il bisogno di identità e di speranza che il populismo in qualche modo soddisfa, o di eguaglianza come rimedio delle conseguenze crudeli dell’estrazione a sorte della natura e della società e come collegamento con il merito nell’ambito dell’economia di mercato e del mondo del lavoro) e l’istituzione di meccanismi di riequilibrio della concentrazione dei poteri dell’esecutivo (causata anche dal bisogno ineludibile di scelte immediate in un mondo globalizzato). Solo così forse si potranno limitare la ritirata dalla politica, la seduzione del populismo e il conformismo di massa.

 

La politica del «limite»

In India, quando l’esuberanza del multiculturalismo ha permesso ciò che lì è sempre stato vietato, cioè abortire dopo aver conosciuto il sesso del feto, su 8000 casi, 7996 sono stati aborti di femmine. E anche se nel 1994 sono stati vietati gli esami prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro, in India l’aborto selettivo continua senza sosta.

Tale caso rivela la necessità di imporre dei limiti a chi arriva da noi con altre culture, permettendo loro la libertà religiosa e di opinione, ma respingendo ad esempio la diffusione aggressiva della propria fede, o l’assoggettamento della donna. La convivenza è una questione importantissima e per la quale servirebbe da un lato il coraggio di non farsi intimorire dalla prepotenza e dalla chiusura di alcune culture, dall’altro il coraggio di osservare il lato negativo dell’universalismo occidentale. I particolarismi e i fondamentalismi sorgono difatti principalmente tra popoli e comunità estromessi dal “party dell’universalismo” e che quindi rigettano o sospettano di un gioco in cui perdono sempre. E questo non accade solamente nelle periferie del mondo, ma anche nel suo centro, come si deduce facilmente dal disastro delle politiche di integrazione, del cosiddetto melting pot della società multiculturale per antonomasia: gli Stati Uniti d’America.

La convivenza è nondimeno possibile, ma in modalità nuove da ricercare e applicare. Diverse fedi o differenti morali − come lo stoicismo − hanno promosso l’idea secondo la quale il genere umano può e deve essere unito. Numerosi imperi e stati hanno avuto un carattere multinazionale: si pensi all’impero romano a quello austro-ungarico, all’Unione Sovietica. Tale carattere sta alla base della loro tolleranza verso l’altro e il diverso, ma non ha eliminato i confini tra inclusione ed esclusione. Li ha semplicemente rinviati più in là, operando una distinzione netta tra lealtà o slealtà nei confronti dell’imperatore o dello Stato, fedeltà o infedeltà alla causa.

Oggi la convivenza, specialmente per quanto concerne le tradizioni e la religione, dovrebbe essere stabilita sul principio fondamentale della molteplicità delle posizioni e delle confessioni, impedendo a tutti di imporla forzatamente o a colpi di maggioranze in Parlamento.

Concludendo, questa edizione di Prima le idee si concentrerà ed approderà sul significato e il valore della scelta del limite e del confine come essenza della politica. Questo perché la cosiddetta biopolitica, ossia l’insieme delle disposizioni legislative sulla persona, la sua manipolazione, la determinazione dei limiti e delle indicazione della tecnica e dell’economia, è in vero uno degli orizzonti più delicati e importanti della politica e della legislazione, di oggi e di domani.

La parabola culturale, politica e governativa che celebra la combinazione tra libertà e mercato, finisce col giustificare la combinazione tra desideri e diritti. Al contrario, non sempre ciò che è possibile può essere lecito. Anzi, l’essenza della politica è la scelta, la scelta del limite. Tale scelta non può essere affidata al mercato (si pensi ad esempio ai grandi temi della famiglia e della vita). Con questa edizione di Prima le idee vogliamo sostenere l’idea secondo la quale ogni forma di impegno o decisione che abbiano a che fare con la politica, debbano partire dalla persona, dalla realtà umana elementare, dal suo fare parte di una comunità e società collocata entro certi limiti e confini che sono di volta in volta, nazionali, culturali, morali. La scelta politica del limite e del confine non è la scelta politica del muro, del divieto, dell’impossibile. È invece la scelta di impostare la riflessione politica e le sue decisioni, anche e soprattutto legislative, sui rischi che derivano dall’annullamento o misconoscimento di ogni forma di limite e confine. Senza un profondo senso del limite e del confine non si può avere un reale senso del progresso e del futuro.

 

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By | 2017-10-16T11:21:47+00:00 ottobre 12th, 2017|News|0 Comments

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